"Ma chi te lo fa fare?"

alessiaIn questa epoca in cui ognuno si permette di dire qualsiasi cosa, insulti pesanti, frasi razziste e discriminatorie, aggressioni verbali di ogni genere, ecco che basta aprire facebook e leggere la notizia della ragazza italiana rapita in Kenya e giù sotto una valanga di frasi che fanno venire il voltastomaco. “Oca giuliva, poteva stare a casa e aiutare gli italiani”, “Così imparate voi buonisti ad aiutare quelle bestie” e via avanti così, insulti gratis di ogni tipo, il 99% delle volte sgrammaticati. 

Come donna e come volontaria non posso che esprimere la mia preoccupazione e vicinanza a lei e alla sua famiglia che non posso neanche immaginare cosa stia passando in queste ore. Ma non c’è bisogno di essere rapite per sentirsi rivolgere frasi “innocenti” come “Ma chi te lo fa fare di andare in Africa? Io non ce la farei mai. Ma poi non hai paura di tutte le malattie che puoi prendere o dei pericoli a cui vai incontro?”. E questo per restare sull’Africa, poi passiamo anche al volontariato in Italia.
Beh, innanzitutto riguardo le possibili malattie pericolose e mortali che tanti prendono ad esempio quando i volontari di un’associazione come la nostra e come tante altre si accingono a partire sono sempre informati su quali tipi di vaccini è meglio fare e si prendono semplici precauzioni per evitare incidenti di qualsiasi tipo. Certo, sebbene paesi come il Senegal non siano pericolosi dal punto di vista terroristico o per la sicurezza personale (ma neanche il Kenya) qualcosa di spiacevole può sempre accadere. Personalmente non la metterei neanche sul piano del “In fondo siamo sempre fuori dall’Europa” perché anche nel nostro continente abbiamo avuto attacchi terroristici e persone innocenti che hanno rimesso la vita per colpa di fanatici estremisti.
Cosa spinge allora tanti volontari a partire, a scoprire paesi tanto lontani da noi, stati poveri dove la povertà è con la P maiuscola, dove si possono passare giornate a lavorare tra sole, sabbia e poca acqua eppure sentendosi completi? È in questo Eppure che si trova la risposta. Perché quando io sono partita la prima volta non ero sicura che mi sarebbe piaciuta un’esperienza del genere, avevo mille paure ed ero una delle tipiche ragazze solo hotel e vacanze a Capri, solo bagno privato ed igiene curatissima. Sono scesa in Senegal per una missione sanitaria di due settimane che prevedeva anche qualche giorno nei villaggi della savana, senza acqua, senza nessuna comodità ed ero, lo ammetto, semplicemente impaurita di desiderare di tornare a Roma non appena avessi toccato il suolo senegalese. E poi la polvere, la sabbia, il caos di Dakar, l’odore acre e pungente della spazzatura lasciata marcire al sole, la convivenza con gli insetti e animaletti vari. Eppure non mi sono mai sentita tanto viva quanto lì, non mi sono mai sentita tanto completa quanto in quei giorni mentre visitavamo centinaia di bambini sorridenti e le emozioni, le sensazioni provate non sono spiegabili con alcuna frase d’effetto, nemmeno fossi una scrittrice Vera. Ti senti felice, ti senti stanca, ti senti anche arrabbiata perché tocchi con mano un altro mondo e pensi subito a come vivono tanti dei nostri bambini, schiavi di ogni bene consumistico, spesso viziati da genitori il cui pensiero principale è cambiare macchina ogni sei mesi.
E allora per tornare alle solite domande “E perché non aiutate qui in Italia?”, ho fatto anche questo, come tantissimi altri volontari. E, nonostante le situazioni siano diverse, ciò che provo davanti alla povertà reale è sempre lo stesso sentimento di ingiustizia e di rabbia ma sento anche che è giusto dare una mano a chi ha meno. Non per chissà quali virtù o bontà d’animo (sicuramente tutti i volontari lo fanno anche per sé stessi ed è naturale sia così) ma perché credo che la vita non sia solo lavoro/studio/famiglia/ e quindi la ricerca affannata del desiderato posto fisso, del compagno/a, figli etc. ma anche altro. La vita è una sola e ciò che la rende ricca, opinione personale, sono le passioni, gli ideali anche utopistici per un mondo migliore, più giusto, più equo. E trovare altre persone che la pensano come te, condividere dei progetti e vederli realizzati o almeno provarci, mi dà una forza gigantesca, un’energia inspiegabile e allora sì, ecco che un volontario continua a partire, sacrificando magari le proprie ferie, pagandosi un biglietto per arrivare in un paese tanto lontano, preferendo passare le proprie domeniche in mezzo ai migranti, agli ultimi, a quelli invisibili.
Mi dispiace per Silvia e spero che possa tornare sana e salva dalla sua famiglia ma mi dispiace moltissimo anche per tutti coloro che, leoni da tastiera, l’attaccano e insultano le figure dei volontari mentre sono proprio loro che trascorrono delle vite grigie nella continua ricerca del più e nella continua dimenticanza di chi lotta ogni giorno per sopravvivere (in Italia, all’estero o semplicemente sotto casa).

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