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Le Missioni ![]() Viaggio finito, missione sanitaria portata a termine, ma tutt’altro che finita.Per me, che ero al primo viaggio in Africa...è stata un’esperienza bellissima ed intensa. Quando ci siamo imbarcati in questa avventura pensavamo che non sarebbe dovuta essere un’iniziativa isolata, ma l’inizio di un progetto più ampio e complesso. Ora, al ritorno, ne siamo più che mai convinti e decisi a proseguire e sviluppare l’idea di base, ed altre che nel frattempo sono nate e cresciute nelle nostre fertili menti. Abbiamo cominciato visitando la comunità di Pikine, città satellite di Dakar; la situazione ambientale di Pikine non è delle migliori: smog, polveri e frastuono sono pane quotidiano. Siamo stati accolti benissimo da Fatou e Aissata, nella nuova scuoletta, ancora in fase di completamento e verniciatura. I bambini, all’inizio un po’ timorosi nei confronti dei Toubab che li visitavano, si sono pian piano sciolti e tranquillizzati; nell’arco di due giornate e mezza, abbiamo fatto circa 60 visite fra i bambini adottati a distanza, ma anche altri fra i non adottati ed anche diversi adulti che volevano approfittare di un medico per farsi controllare e curare qualche vero o presunto acciacco. La situazione ci è sembrata nel complesso discreta, non male, anche se le condizioni igieniche precarie certo non aiutano. Ci siamo dovuti muovere nel traffico caotico ed imprevedibile di Dakar; tra l’altro erano i giorni immediatamente precedenti al Tabaskin, importante e molto sentita festa musulmana; di conseguenza le strade erano invase da capre, montoni e venditori di ogni cosa. Da questo caos, dicevo, ci siamo spostati alla tranquillità e al silenzio di Ndiane Ndiane villaggio vicino alla cittadina di Thiadaye. Qui Maissa e la bella figlia Sokna ci hanno accolti con gentilezza ed ospitalità. Abbiamo allestito un bell’ambulatorio nella scuoletta locale ed abbiamo proceduto a due intense giornate di visite e controlli; circa 75 bambini adottati ed altri fra adulti ed altri bimbi ci hanno rivelato condizioni generali leggermente migliori dei bimbi “cittadini” di Dakar. Anche qui abbiamo rilevato scarsa igiene e un po’ di trascuratezza. Siamo intervenuti in diversi casi con antibiotici ed altri medicamenti, assicurandoci che , anche tramite i nostri interpreti in Wolof, avessero compreso bene posologia e modalità d’impiego. Concedetemi una parentesi di commento personale: bellissimo svegliarsi subito dopo l’alba e andare a zonzo per questa piatta savana, entrare nel piccolo villaggio ancora semiaddormentato, dove solo le donne si muovevano per andare al pozzo per prendere l’acqua, e quei pochi bimbi già svegli mi salutavano sorridenti al grido di Toubab, Toubab, gentili e allegri. Indimenticabili poi le mangiate, preparate dai nostri amici del villaggio, dal piatto comune, tutti insieme seduti per terra, litigandoci (si fa per dire) il pezzo buono di montone o pollo; certo piatti un po’ saporiti, ma apprezzatissimi da tutti.La mattina del 10 ci siamo spostati al vicino villaggio di Kerjerim dove ci sono altre adozioni e, aiutati dal prode Leopold, abbiamo visitato altri 30 bambini circa. La missione è proseguita quindi con un avventuroso viaggio verso il Gambia, proprio nel giorno del Tabaskin; alla fine, dopo un po’ di peripezie, siamo arrivati (accompagnati negli ultimi chilometri da Biran) a Serrekounda dove abbiamo trovato convalescente ed un po’ provato il simpatico Tijan. Bella la scuoletta del centro umanista di Serrekounda, e qui abbiamo visto circa 50 bimbi di Serrekounda e di Brufut. Trovati abbastanza bene questi bimbi, anzi forse più vivaci e “casinari” di quelli senegalesi. Il viaggio di ritorno dal Gambia è stato anche questo abbastanza avventuroso, ma tutto è bene quel che finisce bene… A Dakar abbiamo trovato ad accoglierci il gentilissimo e bravo Ass Malick, responsabile del movimento in Senegal. Gli ultimi giorni, ormai terminato il programma di visite, abbiamo incontrato Maritou con il marito, genitori di una bimba senegalese morta dopo esser stata curata per un tumore in Italia, con l’aiuto dell’associazione La casa di Kim. La bambina è deceduta una volta tornata a Dakar a causa di una normale infezione; con negligenza, grave negligenza da parte dei medici dell’ospedale di Dakar, come ha accusato il padre. E’ stato comunque un bell’incontro, pieno e toccante. Per tornare alla missione abbiamo lasciato, ove possibile, cioè dove era presente una persona in grado di gestirli con responsabilità ed un minimo di competenza, farmaci, medicine, disinfettanti, garze ed altro materiale, dando ampie ed accurate indicazioni ed istruzioni per l’uso, per poter far fronte ad altre future necessità.Quello su cui bisogna molto lavorare in futuro, è la mentalità e le abitudini spicciole di vita. Bisogna cercare di educare prima di tutto i responsabili delle comunità , e quindi tutta la popolazione, ad eliminare una certa trascuratezza generale ed un senso di fatalismo che pervade questa gente. Una considerazione generale da fare , è che abbiamo trovato i bambini sotto adozione in condizioni mediamente migliori degli altri, e questo è un ulteriore stimolo a cercare di allargare il numero di adozioni. Quello che abbiamo fatto e che ancora si può fare, è senz’altro una piccola goccia nel mare delle loro necessità, ma dobbiamo impegnarci a trovare nuovi genitori adottivi a distanza e contemporaneamente cercare di aiutare e seguire tutta la comunità a cui questi bimbi appartengono, per migliorare pian piano le loro condizioni generali di vita, senza stravolgere però le loro tradizioni ed il loro “modus vivendi”. Resoconto a cura di Cesare Pace |
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